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Come il Bauhaus ha cambiato le regole del gioco

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In copertina: Bauhaus anni '30 a Tel Aviv © Rossella Perlangeli Photography

Quando si parla di Bauhaus, molti visualizzano subito tre cose: linee pulite, bianco e sedie iconiche. È comprensibile, ma è anche riduttivo. Il Bauhaus non nasce come stile, nasce come una domanda sociale con ambizioni enormi. Come ricostruire un mondo moderno senza separare bellezza e utilità, cultura e lavoro, arte e quotidiano?

Walter Gropius lo mette nero su bianco nel 1919: "L'obiettivo finale di tutte le arti visive è l'edificio completo! Decorare gli edifici era un tempo la funzione più nobile delle belle arti; era componente indispensabile della grande architettura. Oggi le arti si trovano in una condizione di isolamento, dalla quale possono essere salvate solo attraverso lo sforzo cosciente e cooperativo di tutti gli artigiani. Architetti, pittori e scultori devono di nuovo imparare a vedere e comprendere il carattere composito dell’edificio, sia nella sua totalità, sia nelle sue singole componenti. Solo allora il loro lavoro si reincarnerà nello spirito architettonico che ha perso nell’arte 'da salotto'."

Questa è la premessa che cambia tutto. E che spiega anche perché il Bauhaus sia stato, insieme, una liberazione necessaria e una tentazione pericolosa.

La rivoluzione: un patto fra arte e industria

Il Bauhaus (Weimar 1919- Berlino 1933) è una scuola in movimento. Cambia sedi, cambia clima politico, cambia direzione, ma il cuore resta fermo. Il progetto non serve a decorare la vita dall'esterno, serve a darle dignità e accessibilità.

L'idea, radicale per l'epoca, è che il buon design non debba restare un privilegio. Deve diventare riproducibile, quindi democratico. Artigianato e industria non sono nemici, ma due strumenti da far dialogare. In un secolo che stava imparando a produrre in massa, il Bauhaus tenta qualcosa di molto ambizioso: produrre meglio, non solo di più.

Questa avventura dura poco e finisce male. Nel 1933, sotto pressione nazista, la scuola viene chiusa.

Ma le idee non si chiudono con un lucchetto. Si spostano, cambiano lingua, attraversano oceani. I maestri del Bauhaus emigrano negli Stati Uniti, portano con sé i principi della forma che segue la funzione. Mies van der Rohe progetta grattacieli e Moholy-Nagy fonda una nuova scuola a Chicago. Gropius insegna ad Harvard. Sulle rive del Mediterraneo, a Tel Aviv, centinaia di architetti in fuga dall’Europa danno vita alla Città Bianca, trasformando un intero paesaggio urbano nel più grande museo a cielo aperto del movimento. Il razionalismo (del quale il Bauhaus incarna i principi di funzionalità e sintesi formale) si diffonde, diventa linguaggio globale dell'architettura moderna. Quello che era nato come esperimento in Germania diventa il vocabolario del Novecento. Le superfici pulite, le geometrie essenziali, l'eliminazione dell'ornamento conquistano città in ogni continente.

Il Bauhaus muore a Berlino e rinasce ovunque.

Un esperimento anche sul modo di vedere

La fotografia con il Bauhaus, invece di fungere da semplice imitazione della realtà, è un linguaggio visivo autonomo, distinto dalla pittura ma altrettanto potente. Laszlo Moholy-Nagy, pittore e fotografo ungherese fra i protagonisti del movimento, la teorizza come strumento di trasformazione della percezione e spinge gli studenti a fotografare dall'alto, dal basso, in diagonale. Vuole scardinare l'abitudine, costringere l'occhio a scoprire angolazioni inedite.

La sperimentazione diventa un punto cardine del suo insegnamento. Si esplorano i fotogrammi, immagini create senza macchina fotografica posizionando oggetti direttamente su carta sensibile alla luce. Si indaga come la luce modella le forme, creando texture e geometrie astratte. La fotografia si integra con la tipografia e la pubblicità, diventa funzionale, comunica messaggi chiari e sintetici. Si occupa del progetto, non della decorazione.

Poi c'è Lucia Moholy, moglie di Lazlo e figura centrale nella costruzione dell’immagine pubblica del Bauhaus. Le sue fotografie in bianco e nero, nitide e misurate, non si limitano a documentare edifici, oggetti e persone: chiariscono le linee, esaltano le proporzioni, traducono in immagini l’idea di ordine e trasparenza che la scuola rivendicava. Il modo in cui inquadra le facciate, le scale, gli oggetti di design, le finestre rende leggibile la struttura degli spazi e delle forme e ne amplifica il carattere moderno.

È anche grazie al suo sguardo se oggi “riconosciamo” il Bauhaus a prima vista: molte delle immagini che associamo istintivamente a quella stagione sono passate dalla sua macchina fotografica. Approfondirò la sua figura di fotografa, insieme a quella di altre autrici che hanno segnato la storia della fotografia, in un prossimo articolo.

Proprio questo modo di intendere la fotografia contiene un principio che vale ancora oggi: non conta solo ciò che costruisci, ma se e come riesci a renderlo leggibile.

Fotografare l'architettura è un atto progettuale.
Si pensa prima di inquadrare, si legge lo spazio prima di scattare.

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Lucia Moholy - Bauhaus building in Dessau, South face ~ 1927. Credits: Harvard Art Museums

Lucia Moholy - Alma Buscher’s Ladder Chair, 1923–25. Credits: MoMA

Quando accessibile diventa anonimo

Fin qui il sogno, poi arriva la parte complicata. L'idea di rendere il design riproducibile è potente, ma contiene una trappola. La riproducibilità può essere una promessa di uguaglianza o un'autostrada per la semplificazione. Nel dopoguerra la pressione abitativa esplode. Le città devono crescere in fretta. Lo standard, che doveva alzare la qualità minima, diventa una scorciatoia per ridurre tempi e costi.

È in quel passaggio che il vocabolario modernista si focalizza su un set di regole facilmente applicabili, spesso senza riflessione: blocchi, moduli, ripetizioni. Non è propriamente colpa del Bauhaus, è l'effetto collaterale della sua popolarità e della fame di edilizia di un secolo intero.

Il dibattito urbanistico modernista porta con sé la logica della città per funzioni: abitare, lavorare, svago, circolazione. Una razionalità dall'alto che sulla carta funziona. Nella pratica, a lungo andare, produce quartieri efficienti nei numeri ma poveri di identità nella vita reale. È qui che diventa comprensibile la reazione di chi, come Jane Jacobs - rivoluzionaria dell'urbanistica- attacca la progettazione che semplifica la complessità urbana e ignora la vita quotidiana delle strade.

L'edilizia di massa moderna mostra quanto la forma standardizzata, a seconda dei contesti sociali e politici, possa diventare monotona, problematica, difficile da abitare davvero. In parallelo, gli interni sembrano seguire una traiettoria diversa, sempre più attenta a carattere, creatività e qualità percettiva. Ma questa è un’altra storia, che merita uno spazio a parte.

Il punto non è rimpiangere il passato decorato. Il punto è capire che la qualità non nasce dalla quantità di ornamento, ma dall'attenzione. E l'attenzione non si può industrializzare come un modulo. Richiede sguardo, contesto, ascolto. Ogni volta.

Modernità senza identità

Il Bauhaus voleva una modernità abitabile. Quella che molte città hanno costruito è stata, invece, una modernità intercambiabile.

Il problema non è la serialità in sé, lo è quando diventa l'unico criterio. Quando l'obiettivo è solo "funziona e costa poco", lo spazio perde identità. Diventa neutro, poi generico, poi indistinguibile. Non è più modernità, è assenza di linguaggio.

Vivere in spazi senza linguaggio non è neutro. È una forma sottile di impoverimento percettivo. La città parla sempre e quando non dice nulla, comunica comunque qualcosa: indifferenza, intercambiabilità, dimenticabilità. Non è abitare, è solo occupare.

Esempio di serialità abitativa. Foto con licenza libera

Segnali di cambiamento

Negli ultimi anni stanno emergendo almeno tre spinte che vanno nella direzione opposta alla standardizzazione cieca:

  • Una nuova attenzione alla dimensione umana e sensoriale dello spazio

L'architetto danese Jan Gehl vuole riportare l'urbanistica alla "velocità del cammino", alla scala dei sensi e dell'esperienza quotidiana. Una buona architettura interagisce con la vita, dice. Studiando le città storiche europee, e in particolare quelle italiane, Gehl mostra come piazze, strade e portici siano sempre stati luoghi progettati per la vita che li attraversa. Non solo flussi e funzioni, ma corpo, movimento, socialità. Lo spazio deve tornare a misurarsi con chi lo abita davvero. In questa prospettiva, il verde urbano e la progressiva riduzione dello spazio dedicato alle automobili diventano strumenti progettuali.

  • Bellezza, sostenibilità e inclusione insieme

La Commissione Europea ha lanciato nel 2021 il New European Bauhaus (NEB) come iniziativa che unisce transizione ecologica e qualità culturale dell'ambiente costruito. Il manifesto parla esplicitamente di "beautiful, sustainable, together". È interessante perché riprende dal Bauhaus la necessità di rapporto tra forma, funzione e accessibilità, ma con un'aggiunta significativa: la bellezza torna tra gli obiettivi principali. Bellezza come requisito etico e sociale, non solo estetico. Non più quindi solo efficienza e democratizzazione. È un modo di riconoscere che l'austerità modernista, da sola, non basta più.

  • Riusare invece che demolire

Il tema dell'adaptive reuse (riqualificazione funzionale) e della circolarità sta diventando centrale. Riusare non è nostalgia, è intelligenza progettuale. È una risposta concreta all’impatto ambientale degli edifici e, allo stesso tempo, un modo per generare identità, perché obbliga a dialogare con ciò che già esiste, con la stratificazione e con la memoria materiale dei luoghi.

Tutte queste spinte hanno un denominatore comune: rimettono l’intenzione davanti alla formula. Ed è proprio questo il punto che restituisce al Bauhaus il suo senso originario. Non erano le forme geometriche, le pareti bianche o gli angoli retti a renderlo rivoluzionario, ma il pensiero che li generava.

È anche da questa attenzione alla funzione profonda e alla percezione dello spazio che nasce il concetto di architettura emozionale , in dialogo con i principi della biofilia.

Green Axes and Squares project, Barcellona - New European Bauhaus Prize 2025, Reconnecting with nature

Per concludere: una questione di intenzione e di sguardo

L'eredità del Bauhaus risiede più nella forza del suo intento iniziale che nel suo canone estetico. Il limite storico è stato questo: volendo rendere la qualità accessibile a tutti, si è finiti per produrre l’indistinto e l’anonimo.

Per questo il futuro non può essere il ritorno nostalgico a un anacronistico fregio, ma nemmeno la resa al blocco seriale. È pretendere che lo spazio torni a essere espressivo, consapevole, vivo. Che dica qualcosa invece di tacere. Che accolga la vita invece di limitarsi a contenerla.

E qui torna la fotografia, non per caso. Quando è pensata, non solo eseguita, è uno strumento che restituisce intenzione. Mostra cosa accade davvero tra luce, forme e spazio. In un'epoca satura di immagini generate o ottimizzate per puro automatismo formale, abbiamo bisogno di occhi che indaghino il reale con consapevolezza. Immagini che testimonino senza mistificare, capaci di leggere e interpretare lo spazio, in sintonia con chi lo ha creato, prima ancora di rappresentarlo.

È questo il modo in cui lavoro. Raccontando gli spazi con rigore restituendo il punto di vista di chi li ha progettati.

Se questo approccio ti risuona, possiamo lavorare insieme.




Cosa rende uno spazio davvero abitabile oggi?


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